Mio figlio non vuole perdere… cosa posso fare?

Spesso sentiamo pronunciare questa frase a genitori che non sanno che pesci pigliare per avvicinare i figli ad un gioco, nuovo o collaudato che sia. Ma da dove viene questa insofferenza totale per il “secondo posto” e come possiamo fare per aiutarli a superare questa paura e quindi evitare di incorrere in questo comportamento? Visto che ci è stato chiesto di recente durante una diretta su Facebook a tema, ma la risposta è stata condizionata dal poco tempo a disposizione, proviamo a dare una spiegazione un po’ più esauriente basandoci sulla nostra formazione in questa direzione e sulla nostra esperienza sul campo (o meglio sul tavolo).

La tendenza di bambini e ragazzini a dover per forza prevalere sugli altri può avere varie origini. A volte può derivare semplicemente dai modelli imposti dai mass media che esaltano da sempre l’eroe, spesso solitario, che esce dalle situazioni peggiori magari malconcio ma sempre vittorioso. A volte potrebbe derivare da un atteggiamento inconscio del genitore che senza accorgersene nel momento del gioco (o anche altri) si rapporta col figlio in modo non corretto. Ad esempio potrebbe “lasciarlo vincere” impegnandosi meno del dovuto. In questo caso il bambino va verso una specie di assuefazione alla vittoria, facendo l’abitudine da subito a non perdere mai. Alla prima sconfitta al di fuori dell’ambiente protetto il bambino non sarà preparato. D’altra parte l’adulto potrebbe (senza intenzione o cattiveria, s’intende) in fase di gioco tirare fuori un naturale spirito “agonistico” e sovrastare con questo atteggiamento chi gli sta di fronte portandolo ad avere dubbi sulle proprie capacità in una fase delicata della formazione del carattere. Ci capita anche di vedere genitori che incitano il figlio che sta giocando al punto di volersi quasi sostituire a lui al tavolo per il desiderio di vederlo vincere, senza pensare che questo lo grava di aspettative e lo rende insicuro delle sue scelte (giuste o meno che siano) e in caso di sconfitta porteranno ad una maggiore delusione. Altre volte si potrebbe trattare molto semplicemente di un’indole personale. Il risultato è comunque uno solo. Un bambino/ragazzino che giocherà prevalentemente da solo o che sarà molte volte recalcitrante ad unirsi ad un tavolo di gioco in casa come con amici, che giocherà con un atteggiamento di sfida con chiunque abbia davanti e che non accetterà la possibilità di non arrivare primo fino al punto di adottare in risposta atteggiamenti socialmente poco accettabili per far notare se stesso e il suo disappunto.

Per cercare di andare incontro (e non di scontrarsi) ad un atteggiamento di questo tipo per prima cosa si potrebbe cambiare tipologia di gioco. Insistere nel proporre giochi competitivi in questa fase potrebbe portare solo ad un esasperamento della situazione. Proviamo invece a proporre un gioco collaborativo. Oggi il mercato ludico offre svariati titoli di questo tipo per tutte le fasce di età e con ambientazioni per tutti i gusti. Un gioco dove tutto il gruppo deve collaborare in modo attivo e discusso con tutti per cercare di battere il gioco stesso. In caso di vittoria questa è condivisa e non porterà ad una esaltazione della situazione non avendo nessuno da trattare “da perdente”, ma solo una squadra con cui complimentarsi per il successo appena ottenuto. In caso di sconfitta questa sarebbe altrettanto condivisa col resto del gruppo e quindi non così bruciante come una sconfitta solitaria che relega in un angolo a guardare storto il vincitore. Darebbe inoltre in entrambi i casi la possibilità di aprire un dialogo costruttivo su come e cosa migliorare singolarmente e in gruppo per affrontare di nuovo la sfida dando lo slancio per un nuovo tentativo.

Altra possibilità sono i giochi di ruolo narrativi. In questo caso lo scopo non è la vittoria finale ma la costruzione di una narrazione condivisa, normalmente con un adulto di riferimento che funge da narratore principale/regista). Si tratta di esperienze ludiche più o meno complesse, con manuali che variano da una pagina fino a libri completi. Sono giochi di interpretazione (a volte anche quasi teatrale) dove interpretare un personaggio e dare libero sfogo alla fantasia ma rispettando sempre le regole imposte dal mondo in cui ci si immerge. Di solito portano alla creazione di storie molto belle e coinvolgenti che possono anche essere un tantino “pilotate” per creare situazioni educative ad hoc.

All’inizio occorrerà sicuramente un po’ di pazienza, su questo non si discute. E’ fondamentale assecondarli ma dando a tutti i presenti al tavolo la stessa possibilità di esprimere la propria opinione su come portare avanti il gioco. Molti giochi sono già strutturati in modo da ottenere una partecipazione attiva da parte di tutti. In quelli più liberi è bene coinvolgere spesso questi ragazzini, soprattutto se iniziano a sbuffare o ad isolarsi, chiedendo la loro opinione e complimentandosi con loro per le scelte corrette o le idee brillanti, in fondo anche un complimento è di per se una piccola vittoria.

Questo insieme di accorgimenti dovrebbe portare ad una distensione, anche se parziale, della situazione. A questo punto i figli potrebbero benissimo essersi innamorati di questa tipologia di giochi, in fondo sono veramente accattivanti. Ma questo non toglie che potrebbero capitare occasioni di giocare giochi in cui la competizione la faccia da padrone. E comunque questo era l’obiettivo di partenza: imparare a perdere.

E’ molto importante in questa nuova fase trattarli non come “piccoli”, ma come giocatori. Prima di tutto scegliendo giochi che pongano un grado di sfida o di impegno più possibile equo nonostante la differenza di età o di capacità dei giocatori. Sappiamo per esperienza che alcuni di voi stanno pensando che giochi così non possono esistere, ma fidatevi, ci sono.  In secondo luogo fare il possibile per evitare di surclassarli o di farli vincere forzatamente. A voi non sembra, ma se ne accorgono e reagiscono sempre di conseguenza. Potrebbero chiudersi, abbandonare il tavolo o perdere interesse in quello che stanno facendo. Questo per i più piccoli, i più grandi magari potrebbero anche perdere a staffe quando capiscono che esagerate in un senso o nell’altro. E anche una vittoria effettiva sembrerebbe immeritata.

Altra cosa altrettanto importante è non forzarli al gioco. Il gioco deve essere sempre e comunque una scelta e un piacere, anche nel momento in cui serve da insegnamento o viene utilizzato come strumento per provare a correggere un atteggiamento. Se non è il momento semplicemente non è il momento. Cambiate direzione e fate altro con i vostri figli. Prima o poi torneranno naturalmente ad avere voglia di giocare se hanno qualcuno disponibile a farlo con loro, perché è nella loro natura. Senza dubbio la paura di avventurarsi in un gioco nuovo è più del genitore che del figlio, e l’esempio che seguono siamo proprio noi genitori.

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